La prima volta che capita si tende a sottovalutare anche se, di solito, l’imbarazzo è assoluto. Succede che, di punto in bianco, ci si ritrovi costretti a cercare una toilette spinti da un’urgenza impellente. Oppure non è infrequente che dopo un colpo di tosse o uno starnuto si verifichi un’insolita fuoriuscita d’urina: la prima, inconfondibile avvisaglia dell’incontinenza.

Con l’andare del tempo il problema non sparisce, anzi: spesso peggiora e diventa difficile da gestire. «L’incontinenza urinaria è una malattia nascosta che ancora non è socialmente accettata, eppure è molto diffusa», avverte Sergio Agradi, responsabile dell’unità operativa di proctologia e pelviperineologia all’Humanitas Gavazzeni e Castelli di Bergamo.

«A oggi in Italia si calcola che circa tre milioni di persone soffrano di incontinenza, e per la metà sono anziani. Risulta inoltre che il 40% delle donne può iniziare ad accusare disturbi della minzione già a partire dai 40 anni. In realtà, gli incontinenti italiani sono molti di più: c’è infatti tanto sommerso per via di un tabù legato alla natura del disagio e soprattutto alla scarsa conoscenza del pavimento pelvico, una zona la cui lassità è direttamente collegata alle perdite involontarie».

Modifiche del pavimento pelvico

Simile alla base di una grande scatola – l’addome – chiusa nella parte superiore dal diaframma, e nella parte inferiore dal il pavimento pelvico, che all’esterno va sotto il nome di perineo, è in un’area del corpo per certi versi misteriosa, ma che che partecipa a una serie di fondamentali funzioni fisiologiche.

«È una struttura formata da muscoli, legamenti, tessuto connettivo e vasi sanguigni situata fra l’ano e la zona genito-urinaria», precisa lo specialista. «È essenziale per il contenimento e il sostegno degli organi addominali, come il retto, il canale vaginale, la vescica e l’utero, e contribuisce al normale svolgimento della minzione, dell’evacuazione, dell’attività sessuale e del parto».

Così come accade ad altri tessuti, anche il pavimento pelvico nel tempo si può modificare, diventando troppo cedevole (si parla in questi casi di perineo discendente) o, all’opposto, eccessivamente rigido.

In entrambe le ipotesi, è facile che a questi cambiamenti si associno disturbi spesso difficili da ricondurre a una patologia precisa perché si manifestano con sintomi sfumati: gonfiore e senso di pesantezza al basso ventre, alterazioni dell’evacuazione, dolori durante i rapporti e, quasi sempre, l’incontinenza urinaria e/o fecale.

«La patologia compare in genere con l’avanzare dell’età ed è fortemente legata alle alterazioni ormonali e ai processi di invecchiamento», prosegue Agradi.

«Il ruolo degli ormoni è infatti fondamentale per il trofismo delle fibre di collagene del connettivo, che ci garantisce una muscolatura tonica, ben strutturata ed equilibrata. In menopausa vengono meno gli estrogeni che, riducendosi, fanno perdere consistenza alla pelle ma anche alle fasce muscolari pelviche. Non è dunque un caso che chi soffre di prolassi e perdite urinarie sia di sesso prevalentemente femminile per ovvi motivi anatomici e fisici. Va detto che anche chi si trova a dover affrontare cambiamenti di peso importanti e improvvisi, in eccesso o in difetto, può andare incontro a incontinenza dovuta allo schiacciamento o all’eccessivo rilassamento della vescica, e lo stesso rischio lo corrono le persone che per lavoro compiono sforzi fisici importanti e ripetuti oppure svolgono attività sportiva intensa e potenzialmente traumatogena».

Esiste inoltre un nesso fra perdite urinarie e assunzione eccessiva di farmaci.  «In particolare l’abuso di antidepressivi e antipsicotici può portare all’incontinenza perché agisce sulla muscolatura involontaria facendo perdere trofismo muscolare», chiarisce lo specialista. «Le sostanze nervine eccitanti come il caffè o alcuni farmaci comportano l’inverso: eccitano il corpo portando a produrre maggiore urina o portando a una maggiore contrazione della vescica. Da evitare anche il fumo in quanto può comportare tosse cronica che, per effetto della persistente sollecitazione dei muscoli toracici e addominali, può avere come effetti l’incontinenza».

Quando andare a farsi visitare

«Il prima possibile», consiglia Agradi. «L’incontinenza è una patologia che si vuole nascondere a sé stessi, ma non bisogna sorvolare nemmeno su piccoli sintomi, soprattutto quando si ripresentano e tendono a intensificarsi. Anche se solo di tanto in tanto si perde qualche goccia di urina, occorre rivolgersi comunque al medico perché, soprattutto se si è giovani, c’è la possibilità di risolvere il problema, che oggi viene affrontato a 360 gradi da team multidisciplinari di specialisti. All’Humanitas di Bergamo, per esempio, il Centro di cura per le disfunzioni e le patologie del pavimento pelvico mette a disposizione del paziente una équipe formata da esperti in proctologia, urologia, ginecologia, ostetricia e nutrizione. Si parte con visita d’accesso approfondita e mirata, evitando esami non appropriati, e si arriva a formulare in tempi brevi una proposta personalizzata di trattamento».

Quando serve la chirurgia

Per l’incontinenza si possono valutare varie procedure chirurgiche «quando c’è un danno anatomico non trattabile con altre metodologie come la rieducazione o gli esercizi Kegel, che possono attenuare il sintomo, ma non risolvono il problema», fa notare il proctologo Sergio Agradi.

Soprattutto nella donna, la chirurgia mininvasiva viene consigliata per curare l’incontinenza e la stipsi  dovute al prolasso degli organi pelvici oltre che per proteggere la funzione sessuale compromessa dalle alterazioni della zona pelvica.

L’intervento che permette di risolvere il prolasso degli organi pelvici conservandoli prende il nome di POPS,  prevede l’utilizzo di una speciale rete in polipropilene, che ha l’obiettivo di ricollocare e di dare sostegno agli organi interni – utero, vescica e retto – ”scivolati” verso il basso. Di solito viene eseguito con tecnica laparoscopica e talvolta anche con chirurgia robotica. Altre procedure chirurgiche per il prolasso e l’Incontinenza possono essere eseguite per via vaginale, transanale o anche in combinazione con la via addominale laparoscopica. Dopo l’operazione si consiglia un riposo di una settimana prima di tornare alle consuete attività.

Articolo tratto dall’articolo pubblicato sulla rivista Ok Salute e Benessere di marzo 2022 dal titolo “Se lei non la trattiene. Prima regola: vincere l’imbarazzo”