Acetosella

L’acetosella è una pianta perenne erbacea appartenente alla famiglia delle Oxalidaceae che cresce nelle aree con clima temperato e temperato-freddo di Europa, America del Nord e Asia.  

Quali sono le proprietà nutrizionali dell’acetosella?

100 grammi di acetosella offrono un apporto di circa 30 calorie. Nella stessa quantità sono presenti: L’acetosella è anche una buona fonte di antocianidine e di altri flavonoidi.  

Quando non bisogna mangiare acetosella?

Non sono note interazioni tra il consumo di acetosella e l’assunzione di farmaci o di altre sostanze.  

Quali sono i possibili benefici dell’acetosella?

Le foglie dell’acetosella, masticabili anche da crude, sono diuretiche, astringenti, depurative, rinfrescanti, febbrifughe e decongestionanti. Possono inoltre essere utilizzate per disinfettare piccole ferite del cavo orale. Oltre a essere depurativo, il loro infuso è anche dissetante. La buona presenza di vitamine e di minerali rendono questa erba utile per il buon funzionamento del metabolismo.  

Quali sono le controindicazioni dell’acetosella?

Nell’acetosella è presente in gran quantità l’acido ossalico per cui bisogna evitarne un consumo incontrollato per evitare la formazione di calcoli renali. Per lo stesso motivo è un alimento sconsigliato a chi soffre di problemi renali o alle vie biliari. Controindicato anche per chi soffre di gotta, disturbi epatici o della coagulazione, ulcere o altri problemi di natura gastrointestinale. Assunta in dosi eccessive può inoltre favorire la presenza di diarrea, nausea, reazioni cutanee, gonfiori di bocca, lingua e gola, irritazioni gastrointestinali, danni agli occhi e danni ai reni.  

Avvertenza

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi alle indicazioni del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.

Alterazioni dell’alvo

Che cosa sono le alterazioni dell’alvo?

Le alterazioni dell’alvo si caratterizzano per irregolarità nella funzione intestinale che si manifestano con squilibri nella defecazione di varia natura (tra cui incontinenza, diarrea, stipsi prolungata, occlusione intestinale).  

Quali malattie si possono associare alle alterazioni dell’alvo?

Le alterazioni dell’alvo non sono sempre indice di un malfunzionamento dell’organismo. Possono essere infatti collegate a una condizione transitoria che si verifica dopo un cambiamento nelle abitudini alimentari, stress, stitichezza o altri disturbi gastrointestinali. Quando le alterazioni assumono invece una forma più grave, di lunga durata, con la presenza di diarrea prolungata, tracce di sangue e blocchi della defecazione è probabile che siano il sintomo di una delle seguenti patologie: occlusione intestinale, tumore del colon-retto, tumore dell’ano, tumore dell’ovaio, colite ulcerosa, polipi intestinali, sclerodermia, sclerosi multipla, amiloidosi, diverticolite, cancro al colon, lupus eritematoso sistemico, sindrome dell’intestino irritabile. Questo elenco non è da ritenersi esaustivo ed è sempre meglio consultare il proprio medico di fiducia nel caso in cui i sintomi persistano.  

Quali sono i rimedi contro le alterazioni dell’alvo?

Gli squilibri momentanei del transito a livello intestinale provocati da alterazioni dell’alvo possono essere risolti seguendo un’alimentazione equilibrata, che sia ricca di fibre e con un’idratazione abbondante. In caso di diarrea prolungata o di blocco completo della defecazione sarà invece necessario un tempestivo approfondimento diagnostico, che comprenda esami di laboratorio, ecografie, colonscopie, radiografie e Tac per accertare la causa del problema e adottare quindi la terapia più adatta al caso.  

In presenza di alterazioni dell’alvo quando rivolgersi al proprio medico?

Le alterazioni dell’alvo devono essere sottoposte all’attenzione del proprio medico di fiducia in presenza di: improvvisa stitichezza con interruzione del passaggio di feci e gas, acuto dolore addominale, feci piccole e dure (fecalomi o coproliti), bambini che non espellono le feci per oltre tre giorni, improvvisa perdita di pesosangue nelle fecipus nelle feci, gonfiore a livello addominalenauseavomito.

Attacco di panico

Che cos’è un attacco di panico?

Gli attacchi di panico hanno un esordio improvviso e generano paura in chi ne è vittima, sia per i sintomi che li accompagnano, sia per la sensazione di non avere la situazione sotto controllo, pur mantenendo lucidità e coscienza. Tuttavia, va sottolineato che l’attacco di panico si risolve solitamente in pochi minuti e non ha conseguenze fisiche. Coloro che soffrono di attacchi di questo tipo dovrebbero consultare uno specialista per scoprire le cause del disturbo, è consigliabile parlare con il proprio medico per una guida.  

Quali sono i sintomi associati agli attacchi di panico?

Gli attacchi di panico si manifestano solitamente con tachicardia, difficoltà respiratorie, vertigini, nausea, svenimenti. Non è comunque pericoloso per la salute.  

Che cosa fare in caso di attacco di panico?

In caso di attacco di panico, se ci si trova in un luogo chiuso e/o affollato è consigliabile – se possibile – uscire e prendere una boccata d’aria; anche una passeggiata può essere d’aiuto. È importante concentrarsi sulla respirazione e cercare di ristabilire un ritmo regolare.  

Che cosa non fare in caso di attacco di panico?

È svantaggioso cercare di ignorare o sminuire un attacco di panico, ma è importante cercare di affrontarlo mantenendo la calma e concentrandosi sui passi da compiere a poco a poco.  

Importante avvertenza

Le informazioni di questa scheda forniscono semplici suggerimenti utili a tenere sotto controllo la situazione in caso di attesa dei soccorsi e non sono in nessun caso da considerarsi interventi che possano sostituire l’intervento degli operatori di primo soccorso.

Avvelenamento

Che cos’è l’avvelenamento?

L’avvelenamento può manifestarsi in seguito all’ingestione di sostanze aventi natura tossica o nociva. I casi più frequenti possono essere riconducibili a un abuso di farmaci, a un’accidentale ingestione di prodotti chimici per uso domestico (per esempio i detersivi o i detergenti, evenienza cui prestare particolare attenzione soprattutto con i bambini) o al consumo di alimenti (piuttosto comune il caso di funghi o di cibi che producono tossicosi alimentari, come il botulismo).  

Quali sono i sintomi associati all’avvelenamento?

L’avvelenamento può esteriorizzarsi sia nel momento in cui le sostanze vengono ingerite sia in seguito (fino a 24-48 ore dopo). I sintomi più comuni sono: nausea, vomito, crampi addominali e dolori addominali. Non sempre è agevole ricondurre i sintomi a ciò che si è precedentemente ingerito, soprattutto nel caso in cui l’avvelenamento sia avvenuto nel corso dei pasti.  

Che cosa fare in caso di avvelenamento?

Se si sospetta un avvelenamento, si deve contattare immediatamente un Centro antiveleni o rivolgersi al Pronto Soccorso. Il quadro clinico potrebbe cambiare a seconda della sostanza ingerita, ma è sempre consigliabile consultare un medico. Altrettanto importante è conoscere sia il tipo che la quantità di sostanza ingerita. Nel caso di ingestione accidentale di prodotti chimici, è importante portare con sé il contenitore della sostanza al pronto soccorso per permettere un’esatta identificazione della composizione del prodotto.  

Che cosa non fare in caso di avvelenamento?

In attesa che arrivino indicazioni dal Centro antiveleni o dei soccorsi o del raggiungimento dell’ospedale al paziente non bisogna far ingerire niente, nemmeno acqua.  

Importante avvertenza

Le informazioni di questa scheda forniscono semplici suggerimenti utili a tenere sotto controllo la situazione in caso di attesa dei soccorsi e non sono in nessun caso da considerarsi interventi che possano sostituire l’intervento degli operatori di primo soccorso.

Basilico

Il basilico è un’erba aromatica molto diffusa. Originario di Iran, India e aree tropicali dell’Asia, appartiene alla famiglia delle Lamiaceae e il suo nome scientifico è Ocimum basilicum.  

Quali sono le proprietà nutrizionali del basilico?

In cinque foglie di basilico c’è un apporto di circa una caloria. Nella stessa quantità sono presenti: Ques’erba è fonte di beta-carotene, beta-criptoxantina e luteina/zeaxantina, oltre che di flavonoidi e di un olio essenziale che è ricco di molti composti, fra i quali spicca l’eugenolo.  

Quando non bisogna mangiare basilico?

Non si conoscono interazioni tra il consumo di basilico e l’assunzione di farmaci o altre sostanze.  

Quali sono i possibili benefici del basilico?

Alle molecole associate all’olio essenziale di basilico sono riconosciute proprietà antinfiammatorie e antibatteriche. Nello specifico, l’eugenolo può essere utile contro infiammazioni come l’artrite reumatoide, l’artrosi e le malattie infiammatorie intestinali. Il basilico è utile anche per contrastare microbi come enterococci, staphylococcus, shigella e pseudomonas. L’infuso di basilico, dotato pare di lievi funzioni antisettiche, viene utilizzato per contrastare la nausea. Sotto il profilo nutrizionale il basilico è ricco di vitamine importanti per il metabolismo, lo sviluppo del sistema nervoso durante la gestazione e la coagulazione. È fonte inoltre di sostanze dall’attività antiossidante.  

Quali sono le controindicazioni del basilico?

Non sono note controindicazioni al consumo di basilico.  

Avvertenza

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi alle indicazioni del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.  

Bruciore retrosternale

Che cos’è il bruciore retrosternale?

Il bruciore retrosternale è un disturbo che si manifesta con una sensazione di infiammazione posteriore allo sterno, che è l’osso posto nella parete toracica anteriore tra le due clavicole e le prime sette coppie di costole che con esso si articolano. La sensazione di bruciore che lo caratterizza è spesso associata al reflusso dei succhi gastrici che – dall’interno dello stomaco – tornano verso l’esofago, causando la sensazione di bruciore. A differenza della mucosa dello stomaco, difatti, la mucosa dell’esofago non è in grado di tollerare l’acidità dei succhi gastrici. La sintomatologia che può accompagnare il bruciore retrosternale è diversa: nausea, vomito, dolore alla gola, tosse secca e persistente, respiro sibilante, difficoltà o dolore durante la deglutizione.  

Quali malattie si possono associare al bruciore retrosternale?

Tra le patologie associabili al bruciore retrosternale ci sono le seguenti: esofagite, reflusso gastroesofageo, ernia iatale. Si ricorda che tale elenco non è esaustivo ed è sempre opportuno consultarsi col proprio medico, soprattutto in caso di persistenza del disturbo.  

Quali sono i rimedi contro il bruciore retrosternale?

Poiché il contatto dei succhi gastrici con la mucosa dell’esofago è la causa principale scatenante il bruciore retrosternale, i rimedi farmacologici più comunemente impiegati sono a base di medicinali anti-acido. Per ottenere la risoluzione del problema, però, è necessario curare la patologia che è alla base del bruciore.  

Con il bruciore retrosternale quando rivolgersi al proprio medico?

Nel caso in cui il bruciore retrosternale non accenni a regredire nel giro di alcuni giorni o in presenza di una delle patologie associate (si veda, al riguardo, l’elenco delle patologie associate).

Camomilla

La camomilla è una pianta della famiglia delle Asteraceae che in Italia fiorisce tra maggio e giugno. Dal punto di vista alimentare se ne utilizzano i fiori che, una volta essiccati, sono consumati sotto forma di infuso.  

Quali sono le proprietà nutrizionali della camomilla?

Una tazza di infuso di camomilla – circa 230 ml – offre un apporto di circa 2 calorie. Nella stessa quantità sono presenti: Nella camomilla c’è inoltre una buona presenza di cumarina.  

Quando non bisogna mangiare camomilla?

Se assunta sotto forma di integratore la camomilla può interferire con vari farmaci, soprattutto sedativi, antiaggreganti, anticoagulanti e Fans, oltre che con principi attivi come aglio, valeriana e ginkgo biloba. In caso di dubbio si consiglia di rivolgersi al proprio medico per un consulto.  

Quali sono i possibili benefici della camomilla?

In genere la camomilla viene assunta sotto forma di infuso per contrastare gli stati d’ansia e risolvere problemi allo stomaco. In generale viene considerata ideale per combattere vomito, nausea, insonnia, emorroidi, reflusso gastroesofageo e coliche nei bambini. Per uso topico, sotto forma di crema, la camomilla viene utilizzata per curare ferite, irritazioni cutanee e fastidi agli occhi. Può essere inoltre utilizzata per fare risciacqui orali utili a lenire le piaghe lasciate in bocca dai trattamenti antitumorali.  

Quali sono le controindicazioni della camomilla?

L’assunzione in dosi elevate di infuso di camomilla può indurre sonnolenza e, in alcuni casi, provocare vomito. Anche se raramente è possibile che il consumo di camomilla scateni allergie in persone che già soffrono di allergie ad altre piante correlate come l’ambrosia, il crisantemo, la margherita e la calendula. La presenza di cumarina, sostanza dal potere anticoagulante, potrebbe interferire con l’assunzione di farmaci anestetici. In caso di dubbio si consigli di rivolgersi al proprio medico per un consunto.  

Avvertenza

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi alle indicazioni del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.

Capogiro

Che cosa si intende con capogiro?

Il capogiro una situazione caratterizzata da sensazioni di debolezza, instabilità e svenimento. Qualora non si presenti con una certa frequenza, questo sintomo non sta necessariamente a indicare la presenza di una condizione patologica grave.

Quali altri sintomi possono essere associati al capogiro?

Nella sua forma più grave, il capogiro può essere associato ad altri sintomi come: debolezza, svenimento, difficoltà respiratorie, aritmia cardiaca, confusione, difficoltà a parlare, dolore al petto, forte mal di testa, annebbiamento della vista, difficoltà a camminare, nausea e vomito.

Quali sono le cause del capogiro?

Il disturbo può essere provocato da ansia, attacchi di panico oltre che da varie patologie, tra le quali ci sono: botulismo, cefalea, diabete, emicrania, ictus, intolleranze alimentari, anemia, artrosi cervicale, raffreddore e sinusite.

Quali sono i rimedi contro il capogiro?

La sua cura dipende ovviamente dalla causa che ne sta alla base. In caso di capogiro provocato dall’ansia può essere utile la psicoterapia, mentre in altre circostanze si può ricorrere a medicinali, alla fisioterapia o a cambiamenti delle proprie abitudini alimentari. In generale, chi già soffre di capogiro dovrà evitare di compiere dei movimenti bruschi, alzarsi improvvisamente e, nel caso in cui sia già comparso il capogiro, mettersi alla guida o manovrare apparecchiature o macchinari pericolosi. Da evitare, per non incorrere in ulteriori rischi, il consumo di caffeina, alcol e tabacco.

Capogiro, quando rivolgersi al proprio medico?

La sensazione dl capogiro deve essere segnalata al medico curante qualora si accompagni a uno o a più sintomi tra quelli sopra elencati.

Cattiva digestione

Che cos’è la cattiva digestione?

La digestione è una funzione complessa che viene esercitata dall’apparato digerente e che consiste in un coordinato insieme di operazioni meccaniche e biochimiche a mezzo delle quali le sostanze contenute negli alimenti introdotti nell’organismo vengono modificate per essere assorbite e impiegate dall’organismo stesso. Può capitare che per diversi motivi – come, ad esempio, aver introdotto una quantità eccessiva di cibo, aver preso freddo durante la digestione o la presenza di intolleranze alimentari o allergie – la digestione non avvenga in modo ottimale. Si parlerà in questo caso di cattiva digestione. Diversi sono i sintomi che possono accompagnarsi a questo disturbo come per esempio la presenza di bruciori, di alitosi, rigurgiti acidi e dolore di stomaco o nausea.  

Quali malattie si possono associare alla cattiva digestione?

Tra le patologie associabili alla cattiva digestione ci sono: gastrite, intolleranze alimentari, pancreatite, reflusso gastroesofageo, sepsi, tumore al pancreas, tumore allo stomaco, tumore dell’ovaio, ulcera duodenale, ulcera gastrica, allergia alimentare, calcoli cistifellea, colecistite, colite, ernia iatale, fibrosi cistica, ulcera peptica.  

Quali sono i rimedi contro la cattiva digestione?

Atteso che all’origine di una cattiva digestione possono esserci cause molto diverse tra loro – alcune della quali anche molto gravi – per porvi rimedio è necessario conoscere la patologia che ne sta alla base. Solitamente una dieta varia, sana ed equilibrata è di aiuto contro questo disturbo, così come il mantenimento di buone abitudini alimentari. Mangiare lentamente, ad esempio, riduce al minimo l’ingurgito di aria all’interno dello stomaco e consente una buona masticazione del cibo, preludio di una corretta digestione). Se alla base della cattiva digestione non c’è una patologia organica, i rimedi naturali possono favorire la regressione del disturbo. Un aiuto può ad esempio essere tratto dalle tisane digestive a base di erbe o dal consumo di pastiglie o caramelle a base di estratti naturali mirate al miglioramento delle funzionalità gastrica e/o digestiva. È opportuno però ricordare che – pur essendo rimedi naturali – è sempre bene evitare il “fai da te” e chiedere consulto al medico, soprattutto se si soffre già di altre patologie e/o si assumono quotidianamente medicinali.  

Con la cattiva digestione quando rivolgersi al proprio medico?

È consigliabile rivolgersi al proprio medico in presenza di una delle patologie collegate (vedi sopra).

Cetrioli

I cetrioli sono ortaggi che appartengono alla famiglia delle Cucurbitaceae. Il loro nome scientifico è Cucumis sativus e si ritiene siano originari delle regioni dell’India sub-himalayana. In Italia vengono raccolti tra i mesi di giugno e settembre.  

Quali sono le proprietà nutrizionali dei cetrioli?

100 grammi di cetrioli offrono un apporto di circa 14 calorie, suddivise in questo modo: 48% carboidrati, 32% lipidi e 20% proteine. Nella stessa quantità sono inoltre presenti: Buona è inoltre la presenza di beta-carotene, beta-criptoxantina e luteina/zeaxantina.  

Quando non bisogna mangiare cetrioli?

Il consumo di cetrioli dovrebbe essere evitato quando c’è assunzione di farmaci diuretici e di farmaci anticoagulanti. In caso di dubbio meglio chiedere consiglio al proprio medico.  

Quali sono i possibili benefici dei cetrioli?

Il cetriolo apporta poche calorie e per questo il suo inserimento nelle diete risulta ideale. La sua buccia contiene molte fibre che agiscono positivamente sul funzionamento dell’intestino, riducono i rischi di tumore al colon e aiutano a tenere sotto controllo l’assorbimento di zuccheri e colesterolo. Ottimo è anche il suo apporto al mantenimento della salute cardiovascolare e di quella delle ossa. Esercita un lieve effetto diuretico e agevola il buon funzionamento del metabolismo.  

Quali sono le controindicazioni dei cetrioli?

La presenza di eventuali tossine nella polpa del cetriolo, nello specifico le cucurbitacine, possono renderlo particolarmente amaro da ingerire. Se a seguito di questa ingestione si presentano nausea, vomito o diarrea è consigliabile recarsi al più vicino pronto soccorso.  

Avvertenza

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi alle indicazioni del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.

Cobalto

Che cos’è il cobalto?

Il cobalto, il suo simbolo chimico è Co, è un oligoelemento presente nel nostro corpo, ma è fondamentale per la nostra salute.  

A che cosa serve il cobalto?

Il cobalto è parte integrante della vitamina B12 ed è quindi di fondamentale importanza per il funzionamento delle cellule. Si tratta di cellule rosse e composti antibatterici e antivirali che prevengono le infezioni, nel metabolismo dei grassi e dei carboidrati, nella sintesi delle proteine e nella trasformazione dei folati nella loro forma attiva. A livello di sistema nervoso è in grado di prevenire la demielinizzazione, la mancanza della membrana che avvolge i nervi, assicurando una trasmissione efficace dell’impulso nervoso.  

In quali alimenti si trova il cobalto?

Il cobalto è presente nel fegato, nei reni, nelle ostriche, nelle vongole, nel pesce, nel latte, nella soia fermentata e nella birra.  

Qual è il fabbisogno giornaliero di cobalto?

Di solito, un adulto ha bisogno di 5-8 mg di cobalto al giorno.  

Quali sono le conseguenze della carenza di cobalto?

La deficienza di cobalto legata alla vitamina B12 può causare anemia perniciosa, una malattia caratterizzata da affaticamento, debolezza e sensazioni di addormentarsi e formicolio alle gambe e alle braccia, nausea, dimagrimento, stato confusionale, emicrania. Inoltre, se le carenze di questo minerale persistono a lungo, possono causare disturbi neurologici, danni ai nervi, perdita di memoria, cambiamenti di umore e psicosi. Nei casi più gravi possono avere conseguenze anche letali.  

Quali sono le conseguenze di un eccesso di cobalto?

Il cobalto in eccesso può causare problemi cardiaci, compresa l’insufficienza cardiaca congestizia, e può provocare un’eccessiva produzione di globuli rossi, aumentando il rischio di coagulazione e ictus.  

Il cobalto è utile sotto forma di integratori e integratori alimentari?

Il cobalto può essere somministrato come vitamina B12 per il trattamento dell’anemia perniciosa. Generalmente, tuttavia, per garantire quantità sufficienti di cobalto, è consigliabile seguire una dieta sana ed equilibrata.

Febbre

Che cos’è la febbre?

La febbre è l’aumento della temperatura corporea dovuta a una reazione da parte dell’organismo a fenomeni naturali anomali, generalmente di natura infettiva. Il nostro corpo ha una temperatura che varia tra i 36 e i 37,2 gradi, che è mantenuta in equilibrio da meccanismi di regolazione che possono essere disturbati nella loro attività dall’attacco di elementi esterni. Un esempio classico è quello della presenza di una sindrome influenzale, con il corpo che reagisce all’attacco dei virus con un aumento della temperatura finalizzata alla loro neutralizzazione. In genere l’aumento della temperatura corporea non è un condizione pericolosa, lo può però diventare quando la febbre si spinge oltre i 40 gradi, soprattutto per i bambini o per i neonati, per cui le temperature elevate possono essere addirittura letali.  

Quali altri sintomi possono essere associati alla febbre?

Alla febbre si possono associare altri sintomi, come: mal di testa, brividi, sudorazione, dolori muscolari, stanchezza, disidratazione, sudorazione. In caso di febbre elevata ci possono essere convulsioni, allucinazioni e stato confusionale.  

Quali sono le cause della febbre?

Tra le cause della febbre possono esserci infiammazioni (come artrite reumatoide o vasculiti), infezioni (di natura virale o batterica), uso di farmaci e vaccini, colpi di calore o esiti di interventi chirurgici.  

Febbre, quando rivolgersi al proprio medico?

Si consiglia di rivolgersi al proprio medico curante quando la febbre perdura da qualche giorno e sia associata a nausea, vomito, mal di gola, difficoltà respiratorie, astenia, gonfiore dei linfonodi, dolore addominale, eruzione cutanea, oppressione al torace, perdita di coscienza e mancanza d’appetito.  

Come possono essere individuate le cause della febbre?

Per curare la febbre occorre risalire alle cause che ne sono alla base e intervenire su queste. La causa può essere individuata attraverso semplici esami del sangue, esami delle urine o tamponi faringei. Possono però anche essere richiesti esami più complessi come TAC, radiografia o altri di diagnostica per immagini, con l’obiettivo di escludere condizioni che potrebbero essere alla base dello stato febbrile.  

Come può essere curata la febbre?

La febbre in genere tende a scomparire da sé, in modo spontaneo, quando è collegata a stati influenzali o a raffreddamento, e viene osservato un periodo di riposo contraddistinto da un’abbondante assunzione di liquidi. Nel caso di febbre elevata si può intervenire con farmaci anti-infiammatori non steroidei, come l’aspirina (acido acetilsalicilico) o l’ibuprofene o con antipiretici come il paracetamolo. Attenzione: gli antibiotici non sono efficaci in caso di semplice influenza e sono invece utili quando si debba curare una sovrainfezione batterica.

Ferite e punture al mare (meduse, tracine e ricci di mare)

Quali sono le cause più frequenti di ferite e punture al mare?

Nei nostri mari è frequente imbattersi in meduse, tracine e ricci di mare, animali marini che sono in grado di procurarci ferite e punture che, se non curate a dovere, possono anche procurare fastidi di una certa gravità. Occorre quindi prestare la dovuta attenzione quando si è in acqua. Le meduse possono attaccare tutto il corpo con i loro tentacoli. L’irritazione della pelle è causata dal contatto con la sostanza urticante che viene rilasciata dall’aprirsi delle vescicole. Le tracine sono pesci (anche detti pesci ragno) che si nascondono sotto la sabbia e che spesso vengono dunque calpestate. Hanno aculei appuntiti che iniettano un veleno potente. Mani e piedi possono essere altresì colpiti dagli aculei dei ricci.  

Quali sono i sintomi associati alle ferite o punture da tracina, riccio di mare o medusa?

Pungersi con una tracina genera un violento e quasi insopportabile dolore, soprattutto per i più piccoli di età. Il contatto avviene solitamente con i piedi e il dolore può quindi estendersi a tutta la gamba, con la pelle che si irrita e si gonfia. Essere punti da un riccio causa solitamente dolore e fastidio. Appena venuti a contatto con una medusa si avverte un senso di bruciante dolore, la cui durata è piuttosto mutevole. Può in seguito manifestarsi sulla zona affetta una reazione cutanea simile a quella dell’orticaria. Un quadro clinico più complicato è caratterizzato da sintomi quali: nausea e vomito, stato confusionale, pallore, sudorazione, mal di testa, fatica a respirare, ampia eruzione cutanea.  

Che cosa bisogna fare in caso di ferite o punture da tracina, riccio di mare o medusa?

In caso di ferita da tracina, si consiglia di mantenere la persona danneggiata ferma e calma e, in caso di necessità, di darle un antidolorifico. Se la respirazione è difficoltosa o in caso di calo di pressione, è consigliabile recarsi al più presto al pronto soccorso. Gli aculei dei ricci di mare hanno piccoli uncini e una volta penetrati nella pelle non è facile estrarli;. Per questo è raccomandabile consultare un medico: senza la giusta strumentazione si rischia difatti di spingere gli aculei in profondità, o addirittura di spezzarli, con conseguenti ascessi e infezioni. Se si entra a contatto con una medusa invece, è raccomandabile lavare la zona affetta con acqua di mare (mai usare acqua dolce). In seguito è opportuno procedere alla rimozione dei residui aiutandosi con una carta plastificata (tipo carta di credito o tessera di un negozio) o con un coltello dal lato della parte liscia, per evitare che i filamenti si rompano rilasciando ulteriore sostanza urticante. Si consiglia infine di applicare prodotti specifici, che sono facilmente reperibili in farmacia. In caso di presenza di sintomi più generalizzati descritti in precedenza è consigliabile recarsi in Pronto Soccorso.  

Che cosa non bisogna fare in caso di ferite o punture da tracina, riccio di mare o medusa?

In caso si venga a contatto con una tracina è opportuno non scaldare la zona colpita né con acqua né con la sabbia: sebbene è vero che la tossina sia termolabile e dunque il calore la renda inattiva, tali rimedi fai-da-te non recano sollievo alcuno né migliorano  la situazione. Se si è punti da medusa invece, non bisogna grattarsi, non bisogna strofinare la zona colpita con sabbia o pietre. È inoltre inutile applicare urina, ammoniaca, alcol o aceto; alcune di queste sostanze, anzi, potrebbero addirittura peggiorare la situazione.  

Importante avvertenza

Le informazioni di questa scheda forniscono semplici suggerimenti utili a tenere sotto controllo la situazione in caso di attesa dei soccorsi e non sono in nessun caso da considerarsi interventi che possano sostituire l’intervento degli operatori di primo soccorso.

Funghi

I funghi appartengono al regno dei Mycetae. Non tutte le varietà presenti in natura, che sono numerosissime, sono commestibili. Se non si è esperti e conoscitori delle numerose varietà è meglio chiedere a esperti prima di mangiare funghi colti da sé.  

Quali sono le proprietà nutrizionali dei funghi?

Gli apporti di macronutrienti variano a seconda della specie dei funghi. Considerando una quantità di 100 grammi, questi sono gli apporti di calorie:
  • coltivati prataioli crudi (Agaricus campestris), circa 20 calorie, ripartite in questo modo: 76% proteine, 15% carboidrati e 9% grassi
  • coltivati pleurite crudi (Pleurotes ostreatus), circa 28 calorie, ripartite in questo modo: 59% carboidrati, 31% proteine, 10% grassi
  • porcini crudi (Boletus edulis), circa 26 calorie, ripartite in questo modo: 61% proteine, 14% carboidrati e 25%grassi.
I funghi in genere contengono questi micronutrienti:  

Quando non bisogna mangiare funghi?

Non sono note interazioni tra il consumo di funghi e l’assunzione di farmaci o di altre sostanze.  

Quali sono i possibili benefici dei funghi?

I funghi sono ricchi di fibre e per questo favoriscono il buon funzionamento dell’intestino. Sono ricchi di proteine di alto valore biologico e di acido linoleico, per cui sono considerati ideali per agevolare la pressione del sangue e il buon funzionamento del sistema immunitario e del processo di aggregazione delle piastrine.  

Quali sono le controindicazioni dei funghi?

I funghi contengono micosina e per questo possono essere difficili da digerire. Nel caso in cui dopo il loro consumo si presentino sintomi come nausea, vomito o diarrea è necessario rivolgersi con urgenza al più vicino pronto soccorso  

Avvertenza

Le informazioni riportate rappresentano indicazioni generali e non sostituiscono in alcun modo il parere medico. Per garantirsi un’alimentazione sana ed equilibrata è sempre bene affidarsi alle indicazioni del proprio medico curante o di un esperto di nutrizione.

Infarto del miocardio

Che cos’è l’infarto del miocardio?

Con infarto del miocardio, comunemente chiamato attacco di cuore, ci si riferisce alla morte delle cellule di una specifica parte del cuore a causa di una occlusione (parziale o totale) di una arteria coronarica, responsabile della sua irrorazione. Un infarto cardiaco non comporta necessariamente l’arresto cardiaco. Un attacco di cuore può verificarsi sia in uno stato di riposo, sia durante uno sforzo fisico e talvolta è il risultato di una forte emozione.  

Quali sono i sintomi associati all’infarto del miocardio?

Non tutti coloro che sono stati colpiti da un infarto del miocardio segnalano gli stessi sintomi. In generale alcuni possibili avvertimenti sono: nausea e con o senza vomito, ansia, paura di morire, dolore al petto o dolore retrosternale che può raggiungere il collo, la gola, la mascella, le braccia (più comunemente la sinistra), lo stomaco, sudorazione fredda.  

Che cosa fare in caso di infarto del miocardio?

In caso di sospetto infarto del miocardio si raccomanda di chiamare immediatamente i soccorsi e invitare la vittima a mettersi in posizione semisdraiata e a riposo.  

Che cosa non fare in caso di infarto?

In caso di infarto al miocardio è assolutamente consigliato di non sottovalutare i sintomi, soprattutto se si è considerati soggetti a rischio.  

Importante avvertenza

Le informazioni di questa scheda forniscono semplici suggerimenti utili a tenere sotto controllo la situazione in caso di attesa dei soccorsi e non sono in nessun caso da considerarsi interventi che possano sostituire l’intervento degli operatori di primo soccorso.

Infezione da cibo contaminato

Cos’è un’infezione da cibo contaminato?

Le infezioni da cibo contaminato possono avere alla base agenti patogeni molto diversi: batteri, virus o parassiti. Finora sono state descritte più di 250 diverse infezioni causate da alimenti contaminati. In molti casi si tratta di microbi presenti in animali apparentemente sani (di solito nel loro intestino) allevati per il cibo. La carne (compreso il pollame) potrebbe essere contaminata durante la macellazione a causa del contatto con piccole quantità di materiale intestinale. La frutta e la verdura fresche possono essere contaminati dal lavaggio o dall’irrigazione con acqua contaminata da escrementi animali o umani. Altri esempi sono la salmonella, che può infettare le ovaie della gallina contaminando le uova anche prima della formazione del guscio, e i frutti di mare, in grado di accumulare i batteri naturalmente presenti nell’acqua di mare o scaricati in essa dall’attività umana.  

Come si conta l’infezione da cibo contaminato?

L’infezione da cibo contaminato si contrae con l’ingestione di alimenti contaminati da agenti patogeni. Talvolta gli agenti patogeni che contaminano il cibo possono anche essere contratti senza mangiarlo. Questo è il caso della salmonella, che può contaminare le uova e può anche contaminare gli utensili o altri alimenti per contatto. Anche il campilobatterio, un batterio che può contaminare il pollo, può ad esempio diffondersi in cucina attraverso l’acqua. Per questa ragione è bene prestare attenzione all’igiene in cucina, pulendo le mani, lavando gli utensili e superfici che sono state a contatto con un alimento prima di maneggiarne un altro e facendo attenzione al contatto tra cibo cotto e crudo.  

Quali malattie e sintomi possono essere associati all’infezione da cibo contaminato?

Non esiste una sola sindrome associata a un’infezione da cibo contaminato. I sintomi variano da caso a caso a seconda del batterio, virus o parassita che li causa. Per esempio, un batterio o le tossine da esso prodotte possono causare sintomi gastrointestinali. Si tratta dei campanelli d’allarme più spesso associati alle infezioni da alimenti contaminati in particolare: nausea, vomito, crampi addominali, diarrea.  

Come si può curare un’infezione da cibo contaminato?

La cura delle infezioni da cibo contaminato dipende dalla natura dell’agente patogeno che le ha causate. La prima regola da seguire è, nella maggior parte dei casi, quella di garantire un’adeguata idratazione, che riguarderà sia la disidratazione sia la perdita di elettroliti tipicamente associata ai sintomi delle infezioni alimentari contaminate. Per assicurare un’adeguata idratazione, bere acqua; se i sintomi includono il vomito, si dovrebbero sorseggiare solo piccole quantità. Spesso, inoltre, i disturbi gastrointestinali rendono difficile l’alimentazione. Per questo motivo, dopo un’infezione da cibo contaminato è necessario riprendere a mangiare gradualmente, scegliendo cibi facili da digerire come riso, patate, pane, cereali, carne magra e banane. Occorre evitare cibi grassi e ricchi di zuccheri, latticini, prodotti contenenti caffeina e alcool. Per quanto concerne i farmaci, negli adulti alcuni principi attivi possono essere utili per combattere la diarrea (ad esempio la loperamide), ma sono controindicati se c’è sangue nelle feci. Non bisogna inoltre dimenticare che se l’infezione è causata da batteri o parassiti i farmaci da banco possono addirittura prolungare il disturbo. L’uso di antibiotici è variabile e talvolta controverso. Alcuni studi suggeriscono che l’eritromicina può essere utile in caso di infezioni da Campylobacter, invece in caso di salmonellosi l’uso di questi farmaci è sconsigliato. D’altra parte, gli antibiotici (di solito ampicillina e gentamicina) sono il trattamento di scelta in caso di infezione da Listeria. Nel caso di sintomi e complicazioni pericolose per la salute, può essere necessario il ricovero in ospedale.  

Importante avvertenza

Le informazioni fornite sono di carattere generale e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. In caso di malessere, consultare il proprio medico o il pronto soccorso.

Infezione da Clostridium difficile

Che cos’è il Clostridium difficile?

il Clostridium difficile è un batterio anaerobio Gram-positivo, presente fisiologicamente nella flora batterica della vagina e dell’intestino (rintracciabile quindi nelle feci). Attraverso la produzione nell’intestino di una tossina necrotizzante alcuni ceppi possono provocare nell’uomo la colite, in particolare quando riescono a moltiplicarsi nell’intestino in grandi quantità. Questo accade, ad esempio, quando la flora batterica intestinale si modifica a loro favore come avviene, ad esempio, in seguito a terapia antibiotica orale protratta nel tempo. A correre il rischio maggiore di contrarre questa infezione, sono in particolare le persone sottoposte a uso prolungato di antibiotici.  

Come si contrae l’infezione da Clostridium difficile?

Siccome il Clostridium difficile è rintracciabile nelle feci, è possibile contrarre l’infezione da questo batterio toccando le mani, la bocca e altre mucose (come quelle del naso o degli occhi) dopo aver maneggiato oggetti o superfici contaminate da feci. Il Clostridium difficile può sopravvivere per lunghi periodi su oggetti e superfici. Le più importanti regole di prevenzione sono: lavare le mani dopo l’uso della toilette e soprattutto prima di mangiare; controllare che la toilette sia pulita, soprattutto se è stata usata in precedenza da persone che soffrono di diarrea.  

Quali sono le malattie e i sintomi legati all’infezione da Clostridium difficile?

Tra i sintomi e le malattie legate all’infezione da Clostridium difficile, ci sono:  diarrea acquosa (almeno tre movimenti intestinali al giorno per due o più giorni), febbre, perdita di appetito, nausea, dolore addominale, colite (processo infiammatorio del colon) e colite pseudomembranosa (sindrome caratterizzata da febbre, nausea e diarrea in concomitanza con la terapia antibiotica).  

Come si può curare un’infezione da Clostridium difficile?

Per trattare le infezioni da Clostridim difficile si possono utilizzare diversi antibiotici. In caso di infezione primaria il trattamento include l’impiego di metronidazolo (nei casi di infezioni lievi), vancomicina o fidaxomicina. Il trattamento deve essere somministrato per via orale e deve avere una durata di almeno 10 giorni. Quando possibile, si dovrebbe sospendere l’assunzione di altri antibiotici. È opportuno sapere che l’infezione si ripresenta in circa il 20% dei pazienti.  

Importante avvertenza

Le informazioni fornite sono di carattere generale e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. In caso di malessere, consultare il proprio medico o il pronto soccorso.

Infezione da dientamoeba fragilis

Che cos’è l’infezione da dientamoeba fragilis?

Dientamoeba fragilis è un parassita comunemente presente nell’intestino umano che può causare malattie negli esseri umani, anche se molte persone hanno l’intestino colonizzato da questo parassita senza mostrare alcun sintomo. Tra le amebe oggi conosciute, è una delle più piccole, non molto mobile e non produce cisti. Il quadro diagnostico dell’infezione da Dientamoeba fragilis si basa sui sintomi e sulla ricerca del parassita in uno o più campioni di feci. Coloro che si recano in zone con bassi livelli di igiene sono a più alto rischio di contrarre l’infezione.  

In quali modo si contrae l’infezione da dientamoeba fragilis?

Il modo in cui il parassita dientamoeba fragilis causa l’infezione non è ancora chiaro. In ogni caso, dal momento che si sviluppa nell’intestino, è probabile che la trasmissione del parassita avvenga attraverso la via fecale-orale. Questo vuol dire che l’infezione può verificarsi se si porta qualcosa in bocca dopo aver toccato le feci di una persona infetta o se si ingerisce acqua e/o cibo contaminati dal parassita. Alcune regole di base in materia di igiene aiutano a prevenire le infezioni, tra cui:
  • lavare le mani dopo aver usato la toilette e maneggiato i pannolini e, in ogni caso, prima di mangiare
  • non consumare cibo o acqua che potrebbero essere contaminati dalle acque di scarico
  • lavare e pelare frutta e verdura se consumata cruda
  • non bere acqua di rubinetto non bollita quando si viaggia in paesi in cui l’approvvigionamento idrico può essere pericoloso.
 

Quali sono le malattie e i relativi sintomi associati all’infezione da dientamoeba fragilis?

Numerose persone ospitano dientamoeba fragilis nel proprio intestino senza mostrare sintomi. Ma sono più frequenti quelle che presentano sintomi, come perdita di feci, diarrea e dolore addominale. Altri sintomi associabili a questa infezione sono: perdita di peso, perdita di appetito, nausea, spossatezza.  

Come si può curare un’infezione da dientamoeba fragilis?

Il farmaco di scelta nel trattamento della parassitosi causata da dientamoeba fragilis è l’iodochinolo.  

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Infezione da enterococchi

Che cos’è l’infezione da enterococchi?

L’infezione da enterococchi viene causata dagli enterococchi, batteri che sono presenti in natura, nello specifico nelle feci dei vertebrati. Esistono molte forme di infezioni da entrococchi, quelle più numerose trovano origine all’interno di strutture ospedaliere o sanitarie. La loro provenienza è dalla flora intestinale dei pazienti che lì sono ricoverati, o dall’uso di strumenti infetti che possono causare varie infezioni di natura urinaria, o da ferite chirurgiche soprattutto in soggetti che risultano essere più deboli o immuno-compromessi.  

Quali sono le malattie e i sintomi correlati all’infezione da enterococchi?

Le malattie associabili a infezioni da enterococchi hanno varia natura e possono riguardare il tratto urinario o essere infezioni a carico delle ferite o infezioni pelviche e intra-addominali, batteremia, mastoiditi e ascessi. I sintomi propri di queste infezioni possono essere, in linea di massima: brividi, febbre, dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, aumento della respirazione e ipotensione.  

Come si può curare un’infezione da enterococchi?

L’infezione da enterococchi ha una virulenza minore rispetto ad altre infezioni, ma non per questo è da sottovalutare, anche perché in genere colpisce soggetti fragili come anziani o, come detto, immuno-compromessi. Gli enterococchi sono batteri che sembrano sviluppare una certa resistenza agli antibiotici per cui il trattamento che li riguarda deve essere individuato caso per caso, tenendo conto che sembrano comunque essere in parte sensibili all’impiego di pennicillina, vancomicina o ampicillina.  

Importante avvertenza

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Infezione da Proteus

Che cos’è l’infezione da Proteus?

Appartenente alla famiglia delle Enterobacteriaceae, il genere Proteus riunisce i batteri Gram-negativi (per la precisione, bacilli) che si trovano comunemente nella flora intestinale umana (Proteus mirabilis) e negli ambienti più diversi, come gli ospedali e le case di cura (Proteus vulgaris e Proteus penneri).  

Come si contrae l’infezione da Proteus?

L’infezione da Proteus avviene spesso negli ospedali attraverso la contaminazione di vari materiali, come per esempio i cateteri urinari. Tra i fattori di rischio ci sono le infezioni ricorrenti delle vie urinarie, i ripetuti trattamenti antibiotici, l’ostruzione delle vie urinarie e il ricorso ad apparecchiature uretrali. Proteus vulgaris e Proteus penneri, nello specifico, colpiscono persone che soffrono già di altre malattie o che hanno un sistema immunitario compromesso. In aggiunta, l’infezione da Proteus è più frequente tra le donne, tra quelle che utilizzano da tempo un catetere e tra quelle che soffrono di altre malattie.  

Quali sono le malattie e i sintomi legati all’infezione da Proteus?

Tra i disturbi legati all’infezione da Proteus ci sono: cistite, pielonefrite, uretrite, prostatite, calcolosi urinaria e sepsi. Di conseguenza, a seconda dei diversi casi, i sintomi possono essere: difficoltà a urinare, presenza di pus nelle urine, aumento della frequenza della minzione, perdite uretrali negli uomini, dolore al pube, mal di schiena, dolore al fianco, sensibilità al tocco dell’area sotto la costola, sangue nelle urine, riduzione del volume delle urine, febbre, brividi, nausea, vomito e, in rari casi, reni sensibili al tatto.  

Come può essere curata un’infezione da Proteus?

Quando coinvolge il tratto urinario femminile, il trattamento dell’infezione da Proteus può essere effettuato per via orale assumendo una combinazione di chinolone o trimetoprim/sulfametossazolo. In più, i chinoloni presi per via orale sono utili anche nelle donne con pielonefrite acuta non complicata; un’alternativa può essere la prescrizione di una singola dose di ceftriaxone o gentamicina seguita da trimetoprim/sulfametoxazolo, o per il trattamento della cefalosporina. In caso di ricovero in ospedale è anche possibile somministrare i farmaci per via parenterale.  

Importante avvertenza

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