Immunoglobuline

Che cosa sono le immunoglobuline?

Le immunoglobuline, dette anche anticorpi, sono molecole glicoproteiche che vengono prodotte dai linfociti B. Si legano a uno specifico antigene e ne agevolano l’eliminazione. Sono suddivise in cinque differenti classi:
  • immunoglobuline di tipo A (IgA), che hanno il compito di difendere le mucose, come ad esempio quelle di polmoni, intestino e bronchi
  • immunoglobuline di tipo E (IgE), coinvolte nella risposta agli attacchi portati dai parassiti (come i vermi) e derivanti dalle allergie
  • immunoglobuline di tipo M (IgM), intervengono per prime quando si verifica un contatto con un nuovo agente estraneo
  • immunoglobuline di tipo G (IgG), si attivano in un secondo momento, dopo che già si è verificato un incontro con l’antigene
  • immunoglobuline di tipo D, di cui non è ancora del tutto chiara la funzione specifica.

Infezione da Clostridium difficile

Che cos’è il Clostridium difficile?

il Clostridium difficile è un batterio anaerobio Gram-positivo, presente fisiologicamente nella flora batterica della vagina e dell’intestino (rintracciabile quindi nelle feci). Attraverso la produzione nell’intestino di una tossina necrotizzante alcuni ceppi possono provocare nell’uomo la colite, in particolare quando riescono a moltiplicarsi nell’intestino in grandi quantità. Questo accade, ad esempio, quando la flora batterica intestinale si modifica a loro favore come avviene, ad esempio, in seguito a terapia antibiotica orale protratta nel tempo. A correre il rischio maggiore di contrarre questa infezione, sono in particolare le persone sottoposte a uso prolungato di antibiotici.  

Come si contrae l’infezione da Clostridium difficile?

Siccome il Clostridium difficile è rintracciabile nelle feci, è possibile contrarre l’infezione da questo batterio toccando le mani, la bocca e altre mucose (come quelle del naso o degli occhi) dopo aver maneggiato oggetti o superfici contaminate da feci. Il Clostridium difficile può sopravvivere per lunghi periodi su oggetti e superfici. Le più importanti regole di prevenzione sono: lavare le mani dopo l’uso della toilette e soprattutto prima di mangiare; controllare che la toilette sia pulita, soprattutto se è stata usata in precedenza da persone che soffrono di diarrea.  

Quali sono le malattie e i sintomi legati all’infezione da Clostridium difficile?

Tra i sintomi e le malattie legate all’infezione da Clostridium difficile, ci sono:  diarrea acquosa (almeno tre movimenti intestinali al giorno per due o più giorni), febbre, perdita di appetito, nausea, dolore addominale, colite (processo infiammatorio del colon) e colite pseudomembranosa (sindrome caratterizzata da febbre, nausea e diarrea in concomitanza con la terapia antibiotica).  

Come si può curare un’infezione da Clostridium difficile?

Per trattare le infezioni da Clostridim difficile si possono utilizzare diversi antibiotici. In caso di infezione primaria il trattamento include l’impiego di metronidazolo (nei casi di infezioni lievi), vancomicina o fidaxomicina. Il trattamento deve essere somministrato per via orale e deve avere una durata di almeno 10 giorni. Quando possibile, si dovrebbe sospendere l’assunzione di altri antibiotici. È opportuno sapere che l’infezione si ripresenta in circa il 20% dei pazienti.  

Importante avvertenza

Le informazioni fornite sono di carattere generale e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. In caso di malessere, consultare il proprio medico o il pronto soccorso.

Infezione da dientamoeba fragilis

Che cos’è l’infezione da dientamoeba fragilis?

Dientamoeba fragilis è un parassita comunemente presente nell’intestino umano che può causare malattie negli esseri umani, anche se molte persone hanno l’intestino colonizzato da questo parassita senza mostrare alcun sintomo. Tra le amebe oggi conosciute, è una delle più piccole, non molto mobile e non produce cisti. Il quadro diagnostico dell’infezione da Dientamoeba fragilis si basa sui sintomi e sulla ricerca del parassita in uno o più campioni di feci. Coloro che si recano in zone con bassi livelli di igiene sono a più alto rischio di contrarre l’infezione.  

In quali modo si contrae l’infezione da dientamoeba fragilis?

Il modo in cui il parassita dientamoeba fragilis causa l’infezione non è ancora chiaro. In ogni caso, dal momento che si sviluppa nell’intestino, è probabile che la trasmissione del parassita avvenga attraverso la via fecale-orale. Questo vuol dire che l’infezione può verificarsi se si porta qualcosa in bocca dopo aver toccato le feci di una persona infetta o se si ingerisce acqua e/o cibo contaminati dal parassita. Alcune regole di base in materia di igiene aiutano a prevenire le infezioni, tra cui:
  • lavare le mani dopo aver usato la toilette e maneggiato i pannolini e, in ogni caso, prima di mangiare
  • non consumare cibo o acqua che potrebbero essere contaminati dalle acque di scarico
  • lavare e pelare frutta e verdura se consumata cruda
  • non bere acqua di rubinetto non bollita quando si viaggia in paesi in cui l’approvvigionamento idrico può essere pericoloso.
 

Quali sono le malattie e i relativi sintomi associati all’infezione da dientamoeba fragilis?

Numerose persone ospitano dientamoeba fragilis nel proprio intestino senza mostrare sintomi. Ma sono più frequenti quelle che presentano sintomi, come perdita di feci, diarrea e dolore addominale. Altri sintomi associabili a questa infezione sono: perdita di peso, perdita di appetito, nausea, spossatezza.  

Come si può curare un’infezione da dientamoeba fragilis?

Il farmaco di scelta nel trattamento della parassitosi causata da dientamoeba fragilis è l’iodochinolo.  

Importante avvertenza

Le informazioni fornite sono di carattere generale e non sostituiscono in alcun modo il parere del medico. In caso di malessere, consultare il proprio medico o il pronto soccorso.

Macrofagi

Che cosa sono i macrofagi?

I macrofagi sono globuli bianchi che sono presenti in numerosi organi e tessuti dell’organismo – tra gli altri polmoni, fegato, intestino e pelle – e hanno il compito di distruggere gli agenti patogeni. Per distruggerli si comportano in modo del tutto simile a quello dei fagociti, cioè inglobando e “mangiando” le particelle estranee che si sono introdotte nell’organismo.

Probiotici

Che cosa sono i probiotici?

I probiotici sono microrganismi che si possono moltiplicare a livello dell’intestino contribuendo al mantenimento dell’equilibrio della microflora intestinale. Rispettando le indicazioni del Ministero della Salute, possono essere impiegati nella produzione di integratori o di alimenti come alcuni tipi di yogurt. Devono comunque essere utilizzati con costanza per integrare la microflora intestinale dell’uomo (il cosiddetto microbiota).

Sistema nervoso autonomo

Che cos’è il sistema nervoso autonomo?

Il sistema nervoso autonomo è una parte del sistema nervoso periferico. Sempre attivo, permette di far fronte alle funzioni di base dell’organismo. Per farlo lavora insieme al sistema nervoso somatico.  

Com’è composto il sistema nervoso autonomo?

Il sistema nervoso autonomo è quella parte del sistema nervoso periferico che controlla le funzioni degli organi interni (come cuore, stomaco e intestino) e di alcuni muscoli. Può essere diviso in tre parti:
  • il sistema nervoso simpatico origina dal midollo spinale, in particolare a livello delle zone toraciche e lombari. I prolungamenti dei neuroni qui presenti si dirigono verso una serie di strutture, i gangli, localizzati vicino al midollo spinale. Per questo si parla di fibre pregangliari (quelle che originano nel midollo) e di fibre postgangliari (quelle che partono dal ganglio). Queste ultime si dirigono verso un muscolo o una ghiandola. Solo poche fibre pregangliari contattano direttamente altri gangli diversi da questi
  • il sistema nervoso parasimpatico: i corpi dei neuroni del sistema parasimpatico si trovano invece nella regione sacrale del midollo spinale e nel midollo allungato del tronco encefalico, dove i nervi cranici III, VII, IX e X formano le fibre pregangliari parasimpatiche. Queste e quelle che originano dal midollo spinale si dirigono verso gangli molto vicini all’organo che devono controllare. Da qui le fibre postgangliari si dirigono direttamente verso l’organo bersaglio.
  • il sistema nervoso enterico è invece formato dall’insieme delle fibre nervose che innervano i visceri.
 

A cosa serve il sistema nervoso autonomo?

Il sistema nervoso autonomo controlla le funzioni dell’organismo a riposo e le reazioni riflesse. Per farlo agisce sui muscoli lisci (ad esempio quelli nella pelle attorno ai follicoli piliferi, quelli attorno ai vasi sanguigni, quelli nell’occhio e quelli dello stomaco, dell’intestino e della vescica urinaria) e su quello cardiaco. In linea generale, il sistema simpatico e quello parasimpatico esercitano sui loro bersagli un effetto opposto. In questo modo controllano funzioni come la dilatazione delle pupille, la produzione della saliva e del muco, la frequenza cardiaca, la contrazione dei muscoli dei bronchi, i movimenti di stomaco e intestino, l’accumulo di glicogeno nel fegato, la produzione dell’urina, il rilassamento della parete della vescica e l’apertura del suo sfintere.

Stent

Che cos’è e a che cosa serve lo stent?

Lo stent è un piccolo tubo dotato di una maglia metallica che viene introdotto negli organi a lume (ossia gli organi cavi, quali ad esempio i vasi sanguigni o l’intestino) quando è necessario supportarne le pareti interne. Viene adoperato frequentemente soprattutto in ambito vascolare, dove spesso si ricorre all’inserimento di stent nelle arterie che manifestano riduzioni del lume o cedimenti. Questo avviene ad esempio negli interventi di angioplastica coronarica, in cui la presenza dello stent permette di mantenere il vaso libero da ostruzioni assicurando il corretto scorrimento del sangue. Attualmente gli stent moderni non vengono più costruiti in metallo ma adoperando particolari materiali riassorbibili. In questo modo dopo un certo lasso di tempo lo stent può essere riassorbito dall’organismo, limitando quindi i rischi relativi alla presenza di un oggetto estraneo all’interno del corpo del paziente.  

Come funziona lo stent?

Nel caso in cui l’intervento riguardi arterie ostruite, lo stent sarà collocato con un’operazione chirurgica effettuata in anestesia locale (sebbene in certi casi può essere necessaria l’anestesia generale). Di solito si procede entrando dall’arteria femorale, nella quale viene introdotto il catetere che nella sua parte terminale ha un palloncino sgonfio, attorno a cui è posto lo stent. Si procede quindi a gonfiare il palloncino, che va a comprimere la placca che ha dato origine all’ostruzione pressandola contro le pareti, e allargando lo stent fino alla sua posizione finale. In questo modo l’arteria ha di nuovo uno spazio sufficiente che permette al sangue di scorrere liberamente. A quel punto è possibile sgonfiare il palloncino e rimuoverlo assieme al catetere. Lo stent invece rimane all’interno dell’arteria. Per effettuare questo procedimento il chirurgo utilizza i raggi X.  

Lo stent è pericoloso o doloroso?

Il procedimento che consente di introdurre uno stent è senz’altro delicato, ma piuttosto sicuro, con rischi e complicanze poco frequenti. Esiste l’eventualità che si verifichi una restenosi, ossia una recidiva.  

Tetraplegia

Che cos’è la tetraplegia?

La tetraplegia è una paralisi che coinvolge tutti e quattro gli arti e il torso. Di solito la paralisi riguarda non solo il movimento ma anche i sensi. Alla sua base c’è un danno cerebrale o al midollo spinale. In questo secondo caso il problema si localizza nella parte cervicale (parte alta) della colonna vertebrale (tra le vertebre C1 e C7). La conseguenza è una perdita – totale o parziale – della funzione delle braccia e delle gambe. È ad esempio possibile che un tetraplegico riesca a muovere le braccia ma non le dita. Il problema può essere associato a complicazioni come problemi respiratori, perdita del controllo di vescica e intestino, dolore, trombi, ulcere e spasmi muscolari.  

Quali malattie si possono associare a tetraplegia?

Tra le patologie associabili alla tetraplegia ci sono la rabbia, la sclerosi multipla e la poliomielite. Si rammenta come questo non sia un elenco esaustivo e che sarebbe sempre meglio consultare il proprio medico di fiducia in caso di sintomi persistenti.  

Quali sono i rimedi contro la tetraplegia?

La terapia migliore dipende dai bisogni specifici del singolo paziente, dalla natura e dalla gravità della situazione. L’obiettivo finale è quello di prevenire ulteriori danni e consentire a chi convive con il problema di condurre una vita attiva e produttiva nei limiti che sono imposti dalla sua condizione. Il trattamento serve di solito a rimediare alla perdita di sensibilità e di funzionalità degli arti e alla perdita o alla riduzione della funzionalità di altri organi. I danni provocati al di sopra della vertebra C4 possono ad esempio richiedere l’utilizzo di un apparecchio per respirare.  

Con tetraplegia quando rivolgersi al proprio medico?

In caso di tetraplegia sono necessari regolari controlli clinici. Qualora si perda all’improvviso l’uso degli arti è ovviamente opportuno rivolgersi immediatamente al pronto intervento.